Hogan on Navajo Reservation

Red Valley, Arizona

By In Nature, Stay

What’s your favorite place in the United States? This is a very difficult question we never know what to answer. For sure, this experience in the heart of the Navajo Nation is one that we will hardly forget. Everything begins when planning our next trip we decide to include a stop at the Canyon de Chelly National Monument, in North Eastern Arizona close to the border with New Mexico.

shiprock
Shiprock

By making a quick online search, we discover that finding a place to sleep in the area is not really an easy thing except for a couple of motels. Eventually we find an ad: Modern Hogan on Navajo Reservation. A hogan is a typical Navajo building used primarily as a home but also for religious purposes. The first hogans were dome or cone shaped and typically built with tree trunks The building was then covered with mud, debris or grass as thermal insulators. The entrance was eastward, towards the rising sun, and was usually closed with a blanket. there were no rooms and no other openings except for a hole at the top to let the smoke go out.

redvalley
Red Valley

The announcement refers to a much more modern hogan, concrete made, with a roof and an octagonal plan, in a rural area in the middle of the Navajo Reservation near the Lukachukai mountains and surrounded by places with names that do not leave much space to fantasy: Round Rock, Rough Rock, Rock Point, Many Farms, Del Muerto, Blue Gap. According to Google Maps there are no roads arriving at the accommodation. Good.

The day before we get there, we contact James (the owner of the hogan) to make arrangements and he tells us to meet at the Red Valley Trading Post because the house is in a non-mapped area and the navigator would not serve anything. Good. We recognize James very easily because he is the only caucasian man we see. After e brief presentation, James says it’s better if we move, because a thunderstorm is coming, and the road to home is neither short nor paved. We are a bit scared because we are following an unknown guy in the middle of nowhere, lightnings are falling really close to the car and the red dirt roads have become muddy after just 5 minutes of rain . James is in front of us driving with the window down and his arm out. Good. After half an hour driving and a ford of a small stream we reach our destination.

James introduces us to Zelma, his Navajo wife, and explains that they have decided to rent hogan because her mother, a woman we can’t figure out her age and speaks only Navajo dialect prefers to live in a hut and graze livestock rather than move to a brick house as a retired. Unlike other “reservations” wwe passed through, where discomfort and poor living conditions of natives are well visible, here there is a strong sense of community, tradition and dedication to work, probably also due to the fact that finding something similar to a town requires to go to Shiprock, New Mexico after at least one hour drive, depending on the conditions of the road.

canyon de chelly
Canyon de Chelly

A lightning has just hit a control unit so bye bye wifi and bye bye hopes to venture around without getting lost (good), but James is very much on the ball and gives us a Navajo map that will be crucial to visit the area and especially to find our way home. Here, road signs have two different denominations, the Navajo and the US, but the natives tend to damage them to make them unreadable.

The day after, we hit the road in the old fashioned way, with a map in hand,  towards the Lukachukai Mountains, but we do not even drive for 5 miles and the car gets stuck in the mud, uphill and into the very nothing. Good. We get out, digging a little bit by hand and pushing the car to slide it down. So, map in hand, we decide to proceed in the reverse direction despite stretching a lot the trip, heading to the wonderful and deserted Canyon de Chelly, and then back to the mountains, up to the Buffalo Pass where we enjoy an exceptional panorama while eating a Navajo Fry Bread bought from a food truck along the way. The hogan is waiting for our last night and we go under the blankets with the awareness that two nights here are really few and this place will stay forever in our memories.

 


 

Qual è il vostro posto preferito negli Stati Uniti? È una domanda difficilissima alla quale non sappiamo mai cosa rispondere. Sicuramente questa esperienza nel cuore della Navajo Nation è quella che più difficilmente dimenticheremo. Tutto inizia nel momento in cui, pianificando il viaggio decidiamo di voler inserire una tappa al Canyon de Chelly National Monument, nel Nord Est dell’Arizona vicino al confine con il New Mexico.

Dando una rapida scorsa online, ci accorgiamo che fatta eccezione per un paio di motel, trovare un posto dove dormire nella zona non è proprio una cosa facile. Troviamo un annuncio: Modern Hogan on Navajo Reservation. Un hogan ( che per fortuna non ha niente a che vedere con le scarpe) “è una costruzione tipica Navajo utilizzata principalmente come abitazione, ma anche a scopi religiosi. I primi hogan erano a forma di cupola o tronco di cono e costruiti tipicamente con tronchi d’albero o occasionalmente in pietra. La costruzione veniva poi ricoperta con fango, detriti o zolle erbose come isolanti termici. L’ingresso era posto a est, verso il sole nascente, e solitamente era chiuso con una coperta. All’interno non vi erano divisioni e fatta eccezione per una apertura circolare in alto per far uscire il fumo, non vi erano altre aperture”.

Quello invece a cui fa riferimento l’annuncio è un hogan decisamente più moderno, in cemento, con un tetto e a pianta ottagonale, in una zona rurale nel mezzo della riserva Navajo a ridosso dei monti Lukachukai e circondato da luoghi con nomi che non lasciano molto spazio alla fantasia tipo:Round Rock, Rough Rock, Rock Point, Many Farms, Del Muerto, Blue Gap. Stando a Google Maps non ci sono strade che arrivino all’alloggio. Bene.

Il giorno prima di arrivare, contattiamo James (il proprietario dell’hogan) per prendere accordi e ci dice di farci trovare al Trading Post di Red Valley perché l’abitazione è in una zona non mappata e il navigatore non servirebbe a nulla. Bene. “Il trading post è una di quelle strutture che nel nord America del XVII e XVIII secolo erano situate lungo le rotte commerciali ed in modo particolare in luoghi di frontiera o scarsamente abitati per commerciare o barattare beni con le popolazioni native. Il trading post, nato con finalità puramente commerciali, finì per svolgere nel tempo anche un ruolo sociale, sia ai fini dell’integrazione fra colonizzatori e popolazioni native, sia in quanto punto di aggregazione per lo scambio di notizie sulle evoluzioni politiche e militari”. Oggi per lo più sono diventati supermercati, ristoranti o luoghi dove si vendono orribili gadget per turisti.

Quello in cui arriviamo però è effettivamente ancora un trading post che sembra corrispondere alla descrizione in tutto e per tutto: ci sono derrate alimentari sparse qua è là, nativi americani che chiacchierano nel parcheggio, un provvidenziale benzinaio e basta. Riconosciamo James molto facilmente perché è l’unico uomo caucasico che vediamo. Fatte le presentazioni del caso, James dice che è meglio se ci muoviamo, perché sta per arrivare un forte temporale e la strada per casa non è né breve, né asfaltata. Siamo un po’ spaventati perché stiamo seguendo un tizio nel nulla, i fulmini cadono in maniera preoccupante molto vicino alla macchina e le strade d’argilla dopo 5 minuti di pioggia sono diventate di fango. James è davanti a noi che guida col finestrino abbassato e il braccio fuori. Bene. Dopo una mezz’ora di guida e il guado di un piccolo ruscello arriviamo a destinazione.

James ci presenta Zelma, la sua compagna Navajo e ci spiegano che hanno deciso di affittare l’hogan perché la madre di lei, una donna dall’età indefinita che parla solo dialetto Navajo (ma che all’occorrenza è perfettamente in grado di farsi capire),  preferisce vivere in una capanna e pascolare il bestiame piuttosto che trasferirsi in una casa in muratura come una pensionata. A differenza di altre “riserve” in cui ci è capitato di passare, dove il disagio dovuto alle pessime condizioni di vita dei nativi è ben visibile, qui si respira un forte senso di comunità, di tradizione e dedizione al lavoro, probabilmente anche dovuto al fatto che per trovare qualcosa che assomigli minimamente ad un centro abitato bisogna andare fino a Shiprock in New Mexico dopo almeno un’ora di macchina a seconda delle condizioni delle strade.

Un fulmine ha appena colpito la centralina per cui ciao wifi e ciao speranze di avventurarsi in giro senza perdersi (bene), ma James è molto sul pezzo e ci dà una cartina Navajo che si rivelerà fondamentale per visitare la zona e soprattutto per ritrovare la strada di casa. Qui i cartelli stradali – quando ci sono – hanno due diverse denominazioni, quella Navajo e quella statunitense che però i nativi tendono a danneggiare fino a renderle illeggibili.

Il giorno dopo ci mettiamo in strada alla vecchia maniera con la mappa in mano in direzione delle montagne Lukachukai, ma non facciamo nemmeno 5 km e la macchina rimane impantanata nel fango, in salita e nel nulla. Bene. Ne usciamo luridi, scavando un po’ a mano e un po’ spingendo per far scivolare la macchina verso il basso. Di nuovo mappa alla mano, decidiamo di procedere nel senso inverso nonostante il tragitto si allunghi parecchio, dirigendoci prima al Canyon de Chelly, meraviglioso e inspiegabilmente privo di turisti e poi su, fino ai 2500 metri del Buffalo Pass dove godiamo di un panorama eccezionale mentre mangiamo un Navajo Fry Bread comprato da un camioncino lungo la strada. L’hogan ci aspetta per l’ultima notte e ci mettiamo sotto le coperte con la consapevolezza che due notti qui sono davvero poche e che questo luogo rimarrà per sempre nei nostri ricordi.

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